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Il cliente di sempre fallisce. E i pagamenti che vi ha fatto?

Il cliente di sempre fallisce. E i pagamenti che vi ha fatto?

Chi lavora con le piccole imprese conosce bene questa storia. Un cliente servito da anni, che pagava con regolarità o quasi. Poi arrivano la crisi e il fallimento, e il curatore chiede indietro i pagamenti incassati nel periodo sospetto.

Molti fornitori contavano su una norma pensata per le banche: nei rapporti «continuativi o reiterati» si restituisce solo la differenza tra il credito massimo raggiunto nel periodo sospetto e quello rimasto al fallimento. Con la sentenza 26558/2026, riportata da ItaliaOggi, la Cassazione ha chiarito che il tetto vale solo se il rapporto è costruito come un conto corrente, anche non bancario. Anni di forniture, ciascuna con la sua fattura e il suo pagamento, non bastano. Nel caso deciso un distributore di carburanti deve restituire oltre 368 mila euro: cinque pagamenti, per intero.

C’è un secondo dettaglio. Il cliente era passato dalle ricevute bancarie agli assegni postdatati, e un bonifico era tornato indietro per mancanza di fondi. Per i giudici sono indizi che il fornitore conoscesse lo stato di insolvenza.

Due lezioni per chi vende a credito

La prima riguarda i contratti: con i clienti abituali può valere la pena strutturare il rapporto, per esempio con un contratto quadro, un plafond e una regolazione periodica delle partite, da valutare con il proprio legale.

La seconda riguarda l’attenzione. Un cliente che cambia il modo di pagare sta dicendo qualcosa, e prima ce ne si accorge, meglio è. Nella vostra azienda, chi se ne accorge per primo?

Prima di tutto, conoscere i propri clienti: con la prefattibilità gratuita vi diciamo, con un semaforo, se i debitori che ci indicate sono potenzialmente fattorizzabili.


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